Le gioiose espansioni e tristi contrazioni di Giacomino

Chi sono

Questa foto è del 1988. Ho quattro anni, corro su un selciato di pietra a Camogli in un giorno d'estate. Dietro di me c'è mia madre — abbastanza tranquilla. La foto la fa mio padre. Sono tra due fuochi: uno sguardo che sorveglia con cura e uno che documenta. Il corpo che si libera è il terzo elemento — quello che non sta fermo, quello che resiste a entrambe le funzioni, quello che sfugge e metabolizza il mondo mentre scappa.E sono anche una delle persone che ha dato vita, insieme ad altri, alle residenze per performer a Melpignano, in Puglia, e chi le facilita dalla prima, nel 2021. Ad ogni iterazione, questo appuntamento suscita una riflessione diversa sulle pratiche residenziali fisico-performative, sulla multidisciplinarietà, su cosa significa stare in un luogo con attenzione — e un gruppo di artisti da tutto il mondo che entra in questo territorio, lo abita, lo ascolta, crea eventi semi-pubblici che generano un incontro reale con la comunità. Il mio lavoro abbraccia la costruzione del training, l'elaborazione concettuale e teorica, la cura del gruppo, la creazione di atti performativi collettivi, il framing del lavoro, la membrana che tiene tutto insieme. Tengo lo sguardo largo. Aiuto altri artisti a sviluppare le proprie pratiche individuali. Documento. Ma spesso, per me, quella terza cosa — il corpo che si libera — manca.Questo sito nasce da quella mancanza. È lo specchio di TRA, il progetto che raccoglie l'ecologia della residenza di Melpignano: le voci degli artisti, gli strumenti verso la comunità e la politica locale, l'archivio di quattro edizioni. TRA guarda fuori; questo sito guarda dentro. Se là sostengo che una residenza è un ecosistema in cui nessun campo ha una posizione privilegiata, allora anche chi facilita è un nodo tra i nodi — e ha, verso questa ecologia, il dovere di sostenere la propria pratica di artista, non solo quella degli altri. Questo spazio separa la mia voce di practitioner da quella del progetto: un frammento di un'identità più ampia — professore, regista, facilitatore, conduttore di pratiche collettive — che qui diventa semplicemente Giacomino. Giacomino che si libera per Melpignano, che appare e scompare in un moto oscillatorio, che resiste a farsi metabolizzare del tutto dal proprio ruolo. Giacomino che non si lascia sparire, e che raccoglie frammenti di pratica lungo la strada per portarli fin qui. Giacomino che si è deciso a indagare questa resistenza — non solo come strategia di sopravvivenza artistica, ma come pratica in sé, come territorio di metabolizzazione consapevole.La residenza in breve: Resistenze e Metabolizzazioni, quarta edizione delle residenze TRA — Melpignano (Grecìa Salentina), 11 maggio – 6 giugno 2026, più di venti artisti, in collaborazione con l'Estonian Academy of Music and Theatre e Cracalia Teatro.

La pratica

Arrivo alla mia quarta residenza a Melpignano con un obiettivo preciso: non solo resistere alle forze che la facilitazione esercita sugli altri aspetti della mia identità, ma esplorare questa resistenza come territorio di pratica performativa. Il non voler essere metabolizzato — il rifiuto di scivolare negli spazi esistenziali già conosciuti — come materiale. Come punto di partenza. La facilitazione guarda fuori, la pratica individuale guarda dentro. Nelle prime tre residenze la buona volontà non bastava. Quello che serviva non erano strumenti organizzativi per difendere il tempo, ma qualcosa che lo abitasse — che informasse le sensazioni con cui lavoro e desse a quel tempo il valore del frammento, non come scusa della sua incompiutezza ma come sua qualità specifica. Sto ancora cercando di capire cosa siano questi strumenti, mentre li uso. Ma tre hanno preso un nome.Lo spazio compresso. Entrare nel lavoro senza costruire prima, accettare che il momento breve e rubato non sia scarsità ma condizione — perché non lascia spazio alla distanza analitica. C'è solo il momento rubato allo sguardo vigile del facilitatore, che sono io. E c'è un divertimento in questo: il piacere di giocare con quella sorveglianza, di sfuggirle per un istante — non per distruggerla, ma per conquistare un frammento di libertà incontrollabile. In quella stessa fotografia del 1988, vista da questa angolazione, si vede bene: il bambino scappa, ma dietro c'è una madre abbastanza tranquilla. La fuga non è abbandono. È anche un modo per restare in relazione — per tenere vivo, attraverso lo scostamento, quel frammento identitario che attira l'attenzione e la stimola.Il corpo minuscolo. C'è qualcosa di immaginifico: ridurre il corpo, sentirlo piccolo come quello di un bambino, per innescare un desiderio incontrollabile di espansione. Il corpo che si immagina minuscolo non può che volersi espandere. Non misura — scivola da un equilibrio all'altro, da un'intensità all'altra. È voracità del mondo e metabolizzazione continua, ma anche uno shock all'impianto cognitivo e ai suoi modelli rigidi. Mi ricorda che c'è molta esistenza che non ho ancora esplorato, molte possibilità di esperire quello che ho davanti ogni giorno in maniera nuova — esattamente come fa il bambino.Il frame del frammento. Trattare questo tempo come un frammento che vale in quanto frammento. Questi momenti non sono una preparazione a qualcosa di più grande. Sono una riorganizzazione — più orizzontale, più porosa — del mio modo di stare nel gruppo. Mi presentano come una presenza plurale, non riducibile a un ruolo, a volte in contraddizione, a volte incoerente, ma consapevole del proprio spazio esistenziale. Una presenza che tiene uno stato di salute — del corpo, della pratica, della relazione — di cui sono responsabile.Da questi tre movimenti insieme sta emergendo qualcosa che altrimenti rimane nascosto — e che informa anche il mio lavoro di facilitatore: un'estetica dell'immediato, dello scostamento, dell'incompiuto. Un aspetto della mia identità artistica che il ruolo, da solo, non raggiunge — e che questi frammenti raccolti in quattro settimane, questa fuga tra lo sguardo tranquillo di una madre e lo scatto fotografico di un padre, sta riportando a galla.

Frammenti di Ricerca

Raccolgo frammenti di pratica auto-etnografica — momenti specifici di questa residenza documentati nel momento in cui accadono o subito dopo, seguendo la logica del frammento non come scusa dell'incompiutezza ma come sua qualità. Ogni frammento ha due movimenti: una descrizione precisa di un momento di pratica, e una riflessione libera che associa quel momento ai temi del progetto — metabolizzazione, resistenza, il campo relazionale, il costo del ruolo. Sono numerati in ordine di produzione, e letti in fila raccontano una parabola: la costruzione degli strumenti (1–5), l'apertura agli altri (6–9), la crisi e le riparazioni (10–12), il collasso della struttura e l'uscita dal ruolo (13–14). Appartengono a Giacomino: il corpo che sfugge allo sguardo materno e a quello paterno, che resiste a farsi metabolizzare dal proprio ruolo e raccoglie lungo la strada quello che trova. Non finiscono bene. Finiscono come sono finiti.

L'incompiuto

Cosa cercavo, cosa ho trovato. Sono arrivato alla quarta residenza con una domanda: può chi facilita un'ecologia sostenere, dentro di essa, anche la propria pratica di artista? La risposta, dopo quattro settimane e quattordici frammenti, è sì — ma non nel modo che immaginavo. Non è una questione di tempo difeso, di ore strappate al ruolo. È una questione di forma: la pratica del facilitatore esiste solo come frammento, e vale solo se il frammento viene trattato come qualità e non come ripiego. E ha un prezzo, che ora so contabilizzare.Tre strumenti. Dalla pratica sono emersi tre strumenti, descritti per esteso nella pagina La pratica e testati nei frammenti: lo spazio compresso — entrare nel lavoro senza costruzione, dentro il tempo rubato, perché la compressione elimina la distanza analitica; il corpo minuscolo — la riduzione immaginativa che innesca l'espansione; il frame del frammento — il momento breve trattato come opera intera, non come prova di qualcosa di più grande. Non sono esercizi: sono posture. Chi facilita e vuole restare artista può prenderli, adattarli, contraddirli.Il registro dei costi. La scoperta meno prevista è che questa pratica ha una contabilità. Quando il facilitatore entra nel lavoro: i rischi aumentano senza che lui li veda (nessuno prende naturalmente il suo posto — la responsabilità galleggia); il progetto generale perde consistenza; l'immagine pubblica del progetto si confonde. E c'è un quarto costo, che nessuna delle prime stesure conteneva: quello pagato da chi non ha scelto di partecipare — la donna dietro la porta a vetri, la persona colpita per caso. È l'unico costo che non paga il facilitatore, ed è quello che decide se la pratica è difendibile. Questo registro è l'attrezzo che consegno più volentieri a chi fa il mio mestiere: non per scoraggiare l'ingresso nel lavoro, ma perché si entri sapendo il prezzo.Ciò che resiste. Non tutto si è metabolizzato, e non doveva. La serie dei frammenti non finisce con una riconciliazione: finisce con una sera in cui la membrana non c'era, con un corpo in avaria, e con una frase che ho scritto e lascio così — "ho recitato il ruolo, ma ho rinunciato alla responsabilità". Potrei presentarla come un fallimento del dispositivo. Credo sia invece il suo risultato più importante: la sostenibilità della pratica del facilitatore non è uno stato che si raggiunge, è un'oscillazione che ogni tanto si rompe — e la rottura, documentata, insegna più dell'equilibrio. Restano aperte, per la prossima edizione, le domande che non ho saputo chiudere: chi tiene la membrana quando chi la tiene entra nel lavoro? Che ne è del maschile che è affiorato — la rabbia, la taranta al maschile, le facce degli uomini davanti alla macelleria? E la generosità: resta un privilegio di chi non è minacciato, o si può performare anche senza rete?I materiali. Qui riporto il materiale rimasto in archivio con un minimo di contesto e il rimando al frammento che lo cita.L'ombrello verde — piazza San Giorgio, quarantacinque gradi, un ombrello preso per errore. Frammenti 2, 11 e 12.Sotto aI cartello della pace — il legno bianco sopra l'accesso alla piazza, lo scirocco, il punto di sparizione. Frammento 8.La camminata per la Pace — dieci minuti esatti lungo la via più lunga di Melpignano, puntando il cartello. Frammento 8; in performance nell'11.La Dacia — la macchina che ribolle e a cui nessuno dice grazie. Frammento 13.Performative Feedback I — audio — 23 maggio.Performative Feedback II — 30 maggio.Angel Task, parte 1 e Angel Task, parte 2 — 18 maggio.Rooftop Festival — il tetto come spazio di lavoro e di rito. Frammento 11.Videocartolina — la task finale: una lettera per immagini. 6 giugno.giacomo&Flavia — due sedie.Dei frammenti 4, 5, 6, 10 e 14 non esiste materiale: sono quasi tutti giorni di crisi o di cura — l'assenza di documentazione è correlata al costo del ruolo. Anche questa è una scoperta.